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Una passione ragionata



Storie, cronache e commenti vecchi e nuovi in un Diario a ritroso nel tempo e NON SOLO DI BASKET. Questo minisito e le rubriche aperte, sono la testimonianza di una passione e, la volontà (cocciuta visto l’età) di sperare che lo sport valorizzi sempre le migliori qualità di tutti noi. I RITAGLI che qui troverete sono; sentimenti intensamente vissuti da Uomini che comunicano e che sono in interrelazione tra loro, soprattutto attraverso comportamenti ed avvenimenti che li vedono protagonisti. Un lungo racconto di vicissitudini vissute e descritte da osservatori esperti e dagli stessi attori, atleti, allenatori, dirigenti e giornalisti. Una variegata moltitudine di personaggi, quasi tutti noti, almeno nei loro rispettivi ambienti. Certamente al centro di tutto c’è la vita sportiva, ma non solo. In particolare, alcuni importanti momenti, dove è in gioco la propria carriera o le proprie convinzioni. Quei momenti dove ci si volta indietro per domandarci com'è stato possibile, cosa si è fatto e perché. Ritengo che il lettore riscontrerà in queste storie già scritte e vissute, fatti che tornano a stupirci. È gradito ogni contributo personale - Buona lettura Oltre 440 POST - Gli articoli si trovano scorrendo indietro nei mesi, per argomento o cronologicamente
10 settembre 2017
basket
UNA NAZIONALE. UNA SCUOLA.
Questi Europei ci riportano all'attenzione l'importanza della gestione tecnico-tattica e quella degli uomini. Competenze del Coach, certo, ma come è forte l'impronta di Messina! 
Abbiamo sempre avuto una scuola di professionalità e di applicazione tattica equilibrata alle nostre forze, ma spesso ci siamo persi. Comunque vada in questi ottavi è un successo! 

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13 giugno 2017
basket
Il Punto

Sono passati degli anni, ma non sembra cambiato molto. 
Cerco motivi per aver fiducia.
Se li trovo ve lo faccio sapere.
E comunque, oltre il basket c'è la vita ed anche questa non è 
sempre uno spettacolo! 





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20 maggio 2013
QUALE RISPETTO?

Fino a 21 gare in poco più di 40 giorni – E … GARE DA
PLAY OFF !

Ogni giustificazione anche quella della crisi economica
dei nostri club, non giustifica la decisione di proporre questa formula dei
play off. Un massacro per atleti e non solo.
Il rispetto per chi lavora sul campo, da chi deve essere salvaguardato? Dall’associazione giocatori? Dalla Fip? Dalla Lega? Dal Coni? E poi, questo spettacolo sarà promozionale? Il basket è uno sport spettacolare che deve essere
giocato da atleti in condizione psico-fisica ottimale e non storditi da una
fatica che li rende mono-ritmo, con poca lucidità e che, tra le tante cose,
porta anche a facilitare infortuni. In questo basket, oltre agli sponsor, manca
anche il buon senso. Una virtù che costa poco, è rara, ma se la cerchiamo tra i
buoni professionisti, possiamo trovarla.




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10 maggio 2013
CHI E' MAESTRO
In un mondo in rapida evoluzione è normale che anche alcune parole vengano assorbite dai processi innovativi ed accantonate come “desuete”. Maestro è una di queste. Qualcuno afferma che è finita l’epoca dei Maestri. Noi crediamo di no, ma in tutti i casi, rimane fondamentale l’esigenza di una testimonianza.
Un Maestro rappresenta un modello di riferimento (il terzo, dopo il genitore e l’insegnante a scuola). La storia della pedagogia ci insegna che i veri Maestri sono coloro che sanno instaurare un rapporto relazionale significativo con il giovane e rappresentano per lui un valido modello di riferimento. Per essere Maestri occorre, quindi, avere un ideale di vita e attraverso l’insegnamento e l’esempio, produrre nel giovane il desiderio di condividerlo. Perché nessun Maestro può imporre, deve solo condurre per mano l’allievo sui sentieri della vita. Indirizza quindi e non impone.
Valerio Bianchini già nel 1985 (Clinic di Firenze), ci ricordava che “...Abbiamo dimenticato qual è la nostra funzione: la nostra funzione è essere Maestri, la nostra funzione è essere fratelli maggiori, la nostra funzione è essere padri nello sport.”

Quali sono le competenze del Maestro?
Si è Maestri quando si manifesta di fronte all’allievo, alla famiglia ed alla società, alcune attitudini e di modi particolari di operare interessati all’educazione del giovane nella sua interezza. Un Maestro, nella sua autentica autorevolezza illumina la strada e dona se stesso ed introduce l’idea che l’arte dell’addestramento – del sacrificio -  è un valore che vale, perché è credibile e perché da solo, vale il nostro futuro sui campi e nella vita.
Fiducia e lealtà con i più giovani. Impegno ed esempio sempre, competenza e coraggio. Nessuno è infatti, più coraggioso di colui che parla con il coraggio delle proprie convinzioni. Un Maestro lo fa sempre, anche se questo comporterà poco consenso, a volte isolamento.
Un Maestro dovrebbe sempre essere un uomo colto e comunque all'altezza degli ideali del proprio allievi. Il vero Maestro è colui che dapprima cerca di migliorare se stesso e poi indirizza il proprio intervento sugli altri. Conosce l'antico motto latino «ludendo docere», cioè «insegnare divertendo». È così che il giovane è stimolato, partecipa, ricorda e impara.
Un Maestro conosce il segreto che insegnare è la base per imparare. Sa semplificare. Sa che per creare un progetto vincente ha l’obbligo di insegnare a vincere, ma soprattutto a perdere. 
Il Maestro, professionista o meno, è persona che conta sulla sua esperienza ed è in grado di proporre una visione. Certamente, nella sua carriera potrà aver conosciuto dei fallimenti nella vita e nello sport, ma questa condizione è per l’uomo e il tecnico sportivo, motivo per averlo portato ad un’attenta riflessione ed a guardare in faccia la realtà.
Vivere il mondo dello sport con passione, cercando di tenere ben saldi i punti cardine del proprio operare, è la premessa indispensabile per sentirsi Maestri a pieno titolo. Si è Maestri, quando si avverte l’entusiasmo del coinvolgimento, la consapevolezza che spesso i giovani ti guardano per scrutare il tuo comportamento e tu non puoi tradirli perché faresti del male a te stesso e a loro e si comprende che anche una parola fuori posto può ferire.

Cosa vuol dire avere un maestro a fianco?
Il Maestro ti aiuta a capire chi sei veramente. Solo lui ti può aprire a delle entusiaste visioni e, quando serve, frenarti bruscamente con le sue parole, a volte con il solo sguardo. Quante domande gli farai, tante risposte riceverai, anche se per te inizialmente, non tutte saranno comprensibili e comode.
Un Maestro, mette a disposizione un buon senso intelligente che è un lavoro e costa fatica. Sa che non deve uccidere nei giovani i loro sogni, la loro voglia di crescere e di imparare, di scoprire e di fare. Non dimentica che le loro tappe evolutive devono essere rispettate senza inutili accelerazioni. Un buon Maestro è quello che ascolta, che s’informa sul rendimento scolastico dei propri atleti, rimane in contatto con le famiglie e s’accorge, prima degli altri, dei suoi turbamenti e gli offre la sua presenza.
Solo i Maestri ti evidenziano a te stesso. Il Maestro-istruttore conosce la differenza tra cercare il perfezionismo e diventare se stessi e, per questo, accompagna i suoi giovani in questa loro scoperta.
Il Maestro-coach sa che non può tornare indietro e migliorare i suoi atleti, ma che può solo andare avanti e rendere l’insieme del suo team meraviglioso.
Il Maestro, tramite lo sport, offre ai giovani opportunità di realizzazione. Egli propone degli obiettivi realistici ed è in grado di elaborare percorsi alternativi davanti alle difficoltà ed è esempio e testimonianza nel sopportare le inevitabili prime delusioni. Il Maestro non perde di vista l’obiettivo più importante: la positività che scaturisce nel saper gestire la resilienza e la fiducia in se.
Un Maestro sa mettere i propri discepoli in guardia contro se stessi ed insegna anche a dubitare di ciò che insegna, perché il suo primo obiettivo è educare a pensare in autonomia pur nella disciplina di una squadra. È un Maestro autorevole se consente a chi lo segue con passione di essere all'inizio seguito, ed a volte superato, senza portare rancore.

L’istruttore così come l'insegnante, è la persona alla quale un genitore affida la cosa più preziosa che possiede suo figlio: la salute fisica e mentale. Glielo affida perché lo trasformi in un cittadino atletico e pensante. Glielo affida immaginando che forse giocando potrebbero infortunarsi, ma mai correre qualsiasi altro rischio. In conclusione, chi è Maestro? Qualcuno che nel suo insegnamento riceve la stima dei suoi allievi.
L’importanza di chiamarsi Maestro è, dunque, motivo di orgoglio per chi ancora crede in questo ruolo. Il basket e, soprattutto la società, ha bisogno di nuovi Maestri.                        

Maurizio Flamminii

 

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8 maggio 2013
basket
I DUBBI DI TOTI

“…Vedere appena 2000 persone mi è dispiaciuto. E quando leggo che Varese ha fatto
3000 abbonamenti per i play off, mi dico: noi siamo Roma, giochiamo in una
città con oltre 3 milioni di abitanti, possibile che non riusciamo ad avere un
impianto pieno?” (Corriere dello sport – 8/05/13)

Ndr: … Ma no! Chi sa perché? Vediamo un po’ … Negli ultimi 12 anni, quale % del
budget è stato investito nel settore giovanile, nelle strutture, nella fidelizzazione
degli appassionati, nello spirito d’orgoglio ed appartenenza tramite la
valorizzazione degli ex, nei progetti di collaborazione con i club, nei progetti
nelle scuole, nell’ampliamento del quadro sociale con rappresentanza degli
imprenditori e marketing territoriale?

Vogliamo chiedere a Napolitano se ci presta i 10 saggi per dare una risposta, al sempre
a noi caro Presidente?



 




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6 maggio 2013
L'importanza del Mito
           

Vito Mancuso, noto scrittore cattolico, in un recente incontro dibattito, faceva riferimento all’importanza del Mito, in paragone ai fatti storici. Da questo concetto ho creduto ricavarne una riflessione sul movimento sportivo che provo a sintetizzare.

Siamo giustamente attenti ai fatti storici del nostro movimento e c’è, tra i nostri club virtuosi, chi festeggia i trofei e i personaggi che ne sono stati gli artefici. Ma questi rimangono solo eventi unici, isolati nel tempo e spesso circoscritti in un limitato ambiente. Il Mito, al contrario, è un fatto che permane nel tempo, ha la capacità di un’appartenenza comune e condivisa, ha una grande capacità di rigenerarsi nel tempo, ed a volte, è capace di sviluppare confronti e sfide.  Il Mito non è finzione, ma storia vera, narrazione di fatti accaduti, ma è anche capace di mettere in moto forme sacrali utili al gruppo, attraverso i riflessi rituali enfatizzati in questi anni dai grandi network multimediali. Non di meno, il Mito è fattore di sviluppo sociale ed economico per ogni organizzazione artistica, politica e sportiva.

Chi ha responsabilità nella gestione del nostro movimento, dovrebbe salvaguardare i Miti presenti dal movimento e, dove possibile, aiutarne a produrre dei nuovi. Chi di noi in gioventù non è stato influenzato da qualche mito? E questo deve poter continuare se vogliamo vincere la sfida con l’agguerrita concorrenza tra sport, attività ludiche e le tante forme di spettacolo.

Non ho migliore opportunità di esprimere concretamente queste considerazioni sull’importanza del Mito, che invitarvi a far visita all’Estadio Santiago Bernabéu di Madrid. Storia e Mito trovano lì l’ambiente più adeguato. La meraviglia dell’ala dedicata all’esposizione permanente della storia del Real Madrid (polisportiva), saprà meglio di ogni altra parola, rappresentarvi quanto vi ho riportato. 

Buon viaggio! 


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permalink | inviato da basket il 6/5/2013 alle 13:52 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
6 maggio 2013
Calvani. Il Coach filosofo
           

Calvani. Il Coach filosofo.

 

In questa splendida stagione è facile distribuire complimenti, ma per noi che conosciamo da diversi decenni l’ex militare dell'Arma, è un ripetersi.

 

Viviamo in un tempo in cui è facile perdere di vista i propri valori per uniformarsi alle mode e agli stili correnti. Per combattere il rischio della serializzazione, che penalizza il nostro spirito, Il Calvani suggerisce di seguire la via dei filosofi stoici. Vale a dire essere coerenti con i propri progetti, senza disperdersi né improvvisare. In questo modo il Coach ci ricorda che “la nostra personalità si rafforza e impariamo a valorizzare al massimo le nostre qualità”.

Si parla della filosofia di un Coach, ma in Calvani oltre la dottrina troviamo anche il filosofo (successore legittimo del Vate). Nell'apologia di Socrate, cercando le similitudini possiamo ricondurre il Coach sulla scia delle tre forme della veridizione Socratica: profezia, saggezza, insegnamento.

Coach Calvani, sembra uscito come i figli di Seniade, dall'insegnamento di Diogene il cinico. Le sue lezioni erano imperniate sulla resistenza e sull'indipendenza. Abiti semplici, un portamento fisico estremamente rigoroso, ecc. Insomma, un'armatura per l'esistenza. Un insegnamento cinico caratterizzato da conoscenza di pochi precetti, ma fondamentali per distinguersi. Il suo pensiero forte si può così riassumere: un grande lottatore non è quello che ha imparato benissimo tutte le mosse e le prese e che raramente si usano di fronte all'avversario, ma solo in una o due di esse. Quindi, non ha importanza quante ne conosce, se conosce quelle che sono sufficienti per vincere. Naturalmente esercitandosi, ogni giorno, con impegno e zelo. Come dargli torto?

Comunque per approfondire ogni commento dobbiamo iniziare mettendo in evidenza le sue chiavi del successo che possiamo sintetizzare in Consapevolezza e Disciplina. Proviamo a descriverle.

 

Consapevolezza

 

Umiltà – una cultura sportiva non si inventa. Il Calvani ha un’ampia esperienza di assistente (15 anni) dietro a personaggi come: Caja, Bianchini, Di Fonzo, Pancotto, Lardo. Impegni a tempo pieno in club e città come: Termoli, Palmi, Benevento, e poi Montecatini, Pesaro (due promozioni), ed ancora Casalpusterlengo, Scafati, Trapani. Non gli è mancata l’esperienza ad ogni livello, condizione indispensabile per vivere lo sport da professionista. Non c’è scuola o corso in grado di sostituirsi all’esperienza con dei Maestri e sul campo. Se per qualche ex-atleta è veloce il passo dal parquet alla panchina, come si vede, non lo è stato per Coach Calvani

 

Il Coraggio è anche resilienza - Quindi resistenza davanti alle difficoltà della vita e sportive. La lontananza dai propri affetti, le aspettative che tardano a realizzarsi, un telefono che per mesi non squilla, l’invidia del proprio ambiente, gli esoneri. Sono queste alcune delle tappe obbligate per chi intende vivere lo sport da professionista. Da molto tempo il Calvani ne conosce il senso, ricorda da dove è partito e, del suo lungo percorso, ne ha fatto preziosa memoria.

 

Disciplina

 

Come indica il dizionario: parte del sapere che è oggetto di insegnamento e di studio. Complesso di regole di condotta finalizzato all'educazione …  In pratica, ad esempio: prima il lavoro poi tutto il resto (famiglia compresa); studio e formazione (video analisi, inglese, spagnolo, risorse umane, marketing,  clinic e viaggi di studio); presenza in sede (primo ad entrare ed ultimo ad uscire) e molto altro ancora.

 

Fiducia nel lavoro – Sacrificio giornaliero e passione che si traduce sul campo in “difesa”, prima di tutto ma nella realtà, l’aspetto tecnico è lo strumento che il Coach utilizza per avvicinare l’eccellenza. I fondamentali difensivi sono i mattoni con i quali costruire il proprio progetto. Un architetto che ha compreso la forza della fatica come cemento per legare tecnica e cuore.

 

Gestisce uomini e, solo dopo, atleti e professionisti - Il Calvani sa che solo dopo la prima crisi e le inevitabili inquietudini, gli sarà evidente di che pasta di uomini è composto il suo team (tecnici, operativi e management compreso). Aspetta questo momento con impazienza perché da questa verifica capirà su quali fondazioni potrà contare per erigere il progetto.

Naturalmente, è consapevole che ogni il risultato sportivo è influenzato da almeno quattro grandi fattori che in sintesi sono: le scelte estive - il lavoro tecnico-tattico - la gestione organizzativa, logistica e sociale - la buona sorte. È consapevole che in almeno due, di questi fattori, lui è in grado di condizionarne l’effetto e, contestualmente, sollecita gli altri a dare il loro giusto contributo. Per ottemperare a quest’ultimo aspetto ha bisogno di esprimere un’altra sua caratteristica: il parlar chiaro.  

 

Dichiarare il vero (Firma le sue parole) – Il Calvani, fin dalle prime trattative con il management, si esprime nella maniera chiara e diretta, senza nessun mascheramento, senza nessun velo, in modo che le sue parole possono immediatamente assumere un valore propositivo, a volte, restrittivo. Egli formula, ad ogni nuova sfida, il proprio pensiero, le proprie convinzioni. Non è un profeta non predice l'avvenire, ma comunque dice il vero. Lo dichiara pubblicamente a dirigenti, atleti, staff, stampa e tifosi.

Il Coach filosofo, a differenza del profeta, non solleva il velo del futuro, ma non nasconde ciò che c'è da fare ogni giorno, tutti i giorni. Dove gli è possibile, per conto del club (anche senza espressa richiesta di questo), ribella e svela, anche quello che spesso gli uomini intorno a lui non percepiscono. Aiuta le per­sone a scoprire le proprie poten­zialità, ad avere fiducia in se stes­se, le allena a vincere soprattutto quando si perde, a trovare nuove motivazioni, a migliorare la propria professionalità.

Al suo interlocutore, Calvani si propone come esempio e, nello stesso tempo, disvela e aiuta l’atleta a riconoscere quello che egli è realmente. Rilevare a questi individui la loro situazione attuale, Il loro carattere, i loro difetti, il valore della loro azione, non è senza rischi. Dire agli individui la verità su se stessi (a volte nascosta a loro stessi), non è facile e spesso provoca delle criticità.

Il Coach non lascia nulla all’interpretazione, al suo interlocutore lascia il duro compito di avere consapevolezza di verificare prima e di accettare dopo, la sua verità. Quella verità che da sola è in grado di trasformare il proprio lavoro in palestra, in una condotta utile al gruppo oltre che a se stessi. Non è poco ed infatti il Coach è richiestissimo dalle grandi aziende, dove illustra la sua dottrina contestualizzandola nel mondo dell’impresa.

 

La sua è una gestione coraggiosa, chiara e ambiziosa, che semplifica e facilità gli intenti comuni e ne velocizza la crescita individuale e collettiva. Se accetta nei rapporti dei compromessi, non è mai un assegno in bianco, c’è sempre attenzione e verifica.

Naturalmente, in un certo numero di casi, dire il vero, non è sempre compreso e accettato. A volte occorre tempo e, nello sport, il tempo è sempre limitato. A volte, essere coraggiosi nella propria gestione si mette in discussione la relazione personale ed il rapporto professionale con il proprio interlocutore. Chiunque sia.

Il Coach sa, che dovrà accettare il conflitto, a volte l’isolamento e l’allontanamento. Si dice che ogni uomo ha un prezzo. Calvani è disposto a pagarlo, sempre.

Il nostro Coach, si espresse duramente alla fine dello scorso anno nei confronti di atleti senza più quella spinta emotiva che contraddistingue l'aspetto vincente della loro attività e, anche quest’anno, in queste ultime settimane, la stampa riporta ancora la sua scomoda verità. Quella di un club che è disattento nel valorizzare le virtù di un eccellente gruppo di ragazzi. E d'altronde se è vero, che a Roma occorre uno sponsor all'altezza o dei soci forti di passione e di risorse, quale migliore momento per promuovere questa piazza e questo progetto?

 

In conclusione, il Coach filosofo è tra i pochi a cui è inutile consigliare che, a volte, nella vita occorre buttare il cuore oltre l’ostacolo e correre per raggiungerlo. Lui corre da quando era ragazzo. Chiede molto a se stesso e sa che questo gli permette di pretendere sempre, il meglio da tutti. Chi ci sta, ci sta.

Chi farebbe a meno di un Coach filosofo?

Socrate, preferì morire pur di non dire la sua verità. Il Calvani non arriverebbe a questo, ma potrebbe fare la fine di Ermodoro, che è stato obbligato a partire: costretto e forzato a quel l'esilio che Atene, la democratica, faceva subire a chi era capace di dire la verità. Vedremo se in questo, Roma saprà distinguersi da Atene.

 

Al Coach Calvani, il Maestro, i nostri complimenti.

Aurelio Lanciaintesta




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6 maggio 2011
basket
considerazione

se dopo che per lungo tempo, ci si è domandati individualmente e colleggialmente su quale tavolo di lavoro i problemi del basket siano arrivati,

se abbiamo spettato cambi di presidenze e management e strategie condivise,

se i segnali sono sempre più forti di crisi, mediatica, finanziaria, ec. 

non sarà il caso di riconsiderare il basket? è un bisogno o un desiderio? 

e comunque, nell'eventualità ... lo lasceremo migliore o peggiore alle nuove generazioni?




permalink | inviato da basket il 6/5/2011 alle 14:34 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
25 settembre 2009
basket
SPAGNA - ITALIA, le scelte di una politica
Campioni nel basket. Campioni nel calcio. Campioni nella pallavolo. Medaglie d'oro olimpiche, campioni di Wimbledon, dell'Open d'Australia, vincitori del Roland Garros e della Coppa Davis. Conquistatori di Giri d'Italia e Tour de France. Campioni del mondo in Formula 1. In due parole: campioni di Spagna. Non c'è bisogno di consultare almanacchi o perdersi in lunghe e noiose ricerche su Internet per scoprire la forza dello sport iberico. Basta andare sulle pagine che spain.info, il sito dell'ufficio del turismo spagnolo dedica allo sport, per scoprire che i migliori ambasciatori della Spagna nel mondo sono proprio i campioni sportivi. Pau Gasol, Rafael Nadal, Fernando Alonso, Alberto Contador, Fernando Torres, Xavi Hernández. In Italia è come se il portale sul turismo dedicasse pagine a Bargnani, Fisichella, Cunego, Del Piero. Impensabile. E forse è proprio da questa considerazione che si può partire per parlare della generazione di fenomeni spagnoli, campioni d'Europa nel calcio, campioni d'Europa nel basket e nella pallavolo, vincitori in tutti gli sport in ogni angolo del globo. Quei fenomeni che hanno fatto dire al presidente del Coni Gianni Petrucci, all'indomani del successo della nazionale spagnola di basket all'ultimo europeo: «Provo una sana invidia. La provo perché la Spagna è una nazione amica che sta lavorando molto bene e i risultati sono sotto gli occhi di tutti».Nel basket era dietro di noi. La battemmo nelle finali europee di Nantes '83 e Parigi '99. Nel calcio non riuscì nemmeno a sfruttare il fattore campo quando organizzò il mondiale '82 vinto dagli azzurri di Bearzot. Oggi la Spagna del calcio vanta giocatori come Casillas, Xabi Alonso, Sergio Ramos, Puyol , Xavi, Torres, Fabregas, Silva, Villa. Stelle che lo scorso anno ha conquistato, e con pieno merito, il campionato d'Europa. Non solo Real e Barcellona, ma il trionfo dello sport di squadra. Oggi La Liga contende alla Premier il titolo del campionato più bello del mondo. Grazie alla defiscalizzazione, attrae campioni stranieri da ogni parte del mondo che arricchiscono il potenziale, e il merchandising. Solo così il Real si può permettere Cristiano Ronaldo e Kakà, il Barcellona Ibrahimovic e Leo Messi. E il basket segue l'onda lunga. Sergio Scariolo, il bresciano che ha guidato la Nazionale delle Furie Rosse al primo titolo continentale della sua storia, ha trascorso una vita in Spagna. Conosce tutto. Finanche le problematiche basche avendo allenato per anni il Tau Vitoria. Dopo essere stato ricevuto con tutti gli onori dal re Juan Carlos e dal premier Zapatero ha detto: «La Spagna è il mio Paese d'elezione. È qui che ho scelto di vivere. È qui che sono nate le mie figlie. È qui che vivrò dopo aver smesso di allenare». Mentre la Nazionale italiana affonda, Scariolo aveva in squadra giocatori come Pau Gasol, campione Nba con i Lakers, Ricky Rubio, il diciottenne che ha rinunciato alle sirene americane per stringere un contratto da 3,5 milioni con il Barcellona. E dietro l'angolo c'è l'ennesimo derby con l'Italia: Cunego, Ballan e Pozzato contro Valverde, Sanchez e Freire. Domenica a Mendrisio, in Svizzera, sarà assegnata la maglia iridata di ciclismo, ma per il momento il dominatore dei grandi giri è uno e si chiama Alberto Contador. In occasione delle Olimpiadi di Barcellona 1992, tutta la struttura dello sport iberico è stata rovesciata come un calzino e i risultati sono quelli che si vedono oggi. Governi di destra e sinistra non hanno scalfito un modello che parte dalle scuole, con un monte ore che arriva fino a nove alla settimana e con insegnanti professionisti. Mentre i tecnici italiani migliori emigrano, e il paragone non è solo per i top (Capello in Inghilterra, Ancelotti al Chelsea; Scariolo, Messina e Velasco in Spagna, solo per citarne alcuni), gli spagnoli si tengono ben stretti i loro e anzi, grazie al tenore di vita, all'organizzazione sportiva, e alla defiscalizzazione che sostiene l'import di cervelli e piedi buoni, attraggono le migliori menti sportive del mondo.Non è tutto rose e fiori. In Spagna sono scoppiati i casi di doping Fuentes, Valverde, Muehlegg. Ma queste sono solo alcune spine di una rosa che ha radici salde, fatte di scuola, investimenti, tecnici e cultura. L'Italia sta a guardare. G.A. - il Riformista - 24/09/2009



permalink | inviato da basket il 25/9/2009 alle 11:17 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
3 febbraio 2009
basket
IL PUNTO FEDERALE PER I TECNICI
 Il punto sta tutto qui; la FIP come ogni altra Federazione del CONI deve dotarsi di uno Statuto Democratico.Nel nostro caso lo Statuto prevede che gli allenatori non professionisti, in tre collegi interregionali, eleggano i loro sette delegati, (di cui uno donna).Poi sono i sette delegati (di cui uno donna) che eleggono il Consigliere Federale in rappresentanza dei Tecnici non professionisti

alaip



permalink | inviato da basket il 3/2/2009 alle 9:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
14 gennaio 2009
basket
IL COACH: METTIAMO LE COSE IN CHIARO
  • Filosofia ed etica del lavoro (Applicazione sul campo, un metodo di studio, l’approccio individuale con l’atleta, la gestione del gruppo, l’analisi, la con-divisione delle competenze, la responsabilità nelle scelte, l’aggiornamento, la professionalità)
  • Consulenza al club nella gestione
  • Promozione della pratica e della cultura sportiva

SE TUTTO QUESTO è UGUALE AD UN BUON TECNICO,
E SE I BUONI SONO I PIU' 
PERCHE' NON CI VIENE PIU' RICONOSCIUTO IL GIUSTO RUOLO NEL BASKET?

basket.ilcannocchiale




permalink | inviato da basket il 14/1/2009 alle 14:51 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa
8 gennaio 2009
basket
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QUESTE PAROLE SONO VALIDE PER MOLTI CONTESTI - O NO?

Come dice il Vangelo, nessuno può scagliare la prima pietra, se non quando ha fatto pulizia nel proprio retrobottega.

La riforma morale e intellettuale, di cui parlava dal carcere Antonio Gramsci, comincia dalle pratiche di ciascuno di noi, dal far pulizia in casa propria. Ciò che cambierà la vita di questo paese è una rivoluzione molecolare delle coscienze individuali. Ciascuno faccia bene il compito che gli è stato assegnato, valutandone le conseguenze oltre gli effetti immediati. Nella nostra vita quotidiana siamo continuamente di fronte al dilemma dell'acquiescenza, della rinuncia a lottare, del conformismo, oppure del rigare dritto per la nostra strada testimoniando le nostre convinzioni etiche. Bisogna dare l'esempio che se si ha stima di se stessi si agisce lealmente anche con gli altri. Propongo una lotta giornaliera contro la violenza dell'ipocrisia e contro l’alibi del capro espiatorio.

Pietro Barcellona, Diagnosi del presente – Bonanno Editore




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4 dicembre 2008
basket
Spunti fuori luogo
La funzione fondamentale della scuola e dell'istruzione (anche di una federazione sportiva - Ndr) consiste nel formare personalità con capacità di resistere. Viviamo in un periodo - che grazie a Dio - non ha bisogno di eroi, ma è doveroso chiedersi: chi saranno i grandi contradditori motivati in grado di non conformarsi, se tutti imparano ben presto a orientare la propria banderuola a seconda di come gira il vento? La capacità di resistere a un evoluzionismo ideologico è una delle forme odierne di vivere la libertà e la responsabilità, anche se questo ha un suo prezzo.

Card. Christoph Schonborn, La ragione esigenza di infinito - Mondadori




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22 settembre 2008
basket
La ricetta di Minucci: "Allargare la base: i giocatori non diventano bravi per regolamento"
Da due anni domina il campionato, l'anno scorso ha anche riportato una squadra italiana nell'Europa che conta. La sua società, la Montepaschi, è oggi indiscutibilmente il club italiano di riferimento e anche per questo lui, Ferdinando Minucci, è l'uomo forte della Lega. La sua Mens Sana è anche quella che da più anni e con più risorse (oltre un milione di euro l'anno) investe con continuità nei vivai, il cui frutto sono nove scudetti giovanili negli ultimi otto anni e una manciata di propri prodotti sparsi tra serie A, Legadue e ex serie B. Addirittura, sfatando il luogo comune dei vivai che tolgono troppe risorse alle prime squadre, è riuscito a fare del settore giovanile un sistema virtuoso anche economicamente che punta a reggersi sulle proprie gambe con gli introiti della cessione anche in prestito dei giocatori già formati. Com'è nei compitidei club di vertice, nella filiera delle giovanili Siena (come altre società) interviene soprattutto nell'ultimo passaggio, quello del reclutamento dei talenti più fulgidi mettendo a loro disposizione le proprie strutture professionali per salire gli ultimi gradini della loro maturazione. «Il problema è a monte, prima che si metta in moto il meccanismo che porta alla scrematura: più si allarga la base, più sarà facile creare numeri. E per allargarla - argomenta il presidente senese - serve promuovere alla massa il prodotto basket: nelle scuole, in progetti di grande respiro che portino grandi numeri, al cui intemo possano esserci vantaggi a investire sui vivai. Senza questo, stare qui a parlare di un americano in meno o di un italiano in più non risolve assolutamente il problema». Nella Convenzione con la Federazione che adesso rischia di saltare, si era trovato anche il modo di far convivere le esigenze dei club di vertice con lo stimolo a far giocare gli italiani: lOmila euro per ogni atleta non italiano tesserato avrebbero costituito un fondo (superiore al milione e mezzo) con cui premiare secondo determinati parametri i club che più utilizzano gli italiani e quelli che ottengono risultati coi settori giovanili, lasciando liberi i club di vertice di indirizzare in altro modo le loro risorse. «Un conto è investire nei vivai, altro - motiva Minucci - è avere la responsabilità della crescita finale dei giovani perché quandoci si confronta con le migliori squadre in Europa servirebbero italiani di un certo livello. Invece è difficile trovarne, e se ne trovi il rapporto qualità-prezzo non è concorrenziale. I tifosi si affezionano ai giocatori italiani? I tifosi si affezionano a chi vince. E i giocatori non diventano bravi per regolamento. Non puoi costringere il movimento a muoversi in un certo modo, ma puoi incentivarlo: la mission di quelle società che non hanno esigenze europee potrebbe diventare quella di far giocare gli italiani per avvantaggiarsi di questo sistema premiante per chi investe nei giovani». Sposando il tutto possibilmente a una riforma dei campionati che offra ai ragazzi «un percorso progressivo di crescita che va dal settore giovanile alla Serie A Dilettanti, poi la Legadue e la Serie A, salvo i ragazzi di qualità assoluta che possono arrivare in Serie A anche a 18 anni, ma parliamo di pochi casi». Con una proposta nuova: «Mettere in moto il meccanismo delle scelte come nella Nba dei migliori giocatori di A, Dilettanti e Lega-due per riequilibrare il livello tecnico, coi migliori giocatori asse-gnati secondo un ordine inverso a quello della classifica, e il livello economico, con accordi a costi determinati e non secondo la contrattazione libera, per venire incontro anche alle società meno abbienti, visti gli alti costi dei giocatori italiani». Ma la riforma pensata è ancor più rivoluzionaria per lo sport italiano: «Oltre al problema della formazione, servono presupposti per la stabilità del movimento diversi dal mecenatismo, che alla lunga spegne la passione degli imprenditori. Va in questa direzione il sistema misto di franchigie e diritto sportivo, con ranking e wild card, per rendere il basket un mezzo di promozione straordinario in cui conti la passione e ci sia anche uno sbocco economico. Senza regole certe difficilmente troveremo investitori nel basket. Eppure - conclude Minucci - vedo una pallacanestro capace di grande energia e vitalità a livello di vertice: vedremo uno dei più bei campionati degli ultimi dieci anni grazie agli investimenti di club che, alla ricerca di una licenza di lungo termine in Eurolega, finalmente vedono un ritorno. La strada è questa».
Giuseppe Nigro-
Unità - 22/09/2008



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18 settembre 2008
basket
LETTERA AL BLOG DEL VATE
Cari Amici,

Certamente la condizione di questo nostro sport è sotto gli occhi di tutti e nei commenti di tutti gli operatori, ma ciò nonostante permane, da decenni, quella colpevole condizione che voi chiamate “il deserto di idee”.

Sono sempre stato attratto dalle dichiarazioni e dai pensieri di Valerio, mai superficiali e sempre evocativi di un basket moderno, ma al tempo stesso in linea con la realtà tecnica, organizzativa ed economica della nostra europa. Il vate ha sempre esposto i rischi di un basket globalizzato e, con giusto anticipo, ha più volte esposto progetti per una pallacanestro sana. La visibilità di Bianchini non è mai venuta meno e quindi nel movimento è stato più volte evidenziato un modo diverso di vedere la realtà, anche se nel “deserto di idee”.

Quindi, perché siamo a questo punto? Il basket. Un gioco per molti, un lavoro per tanti e una passione che non si spegne, ma questa è la condizione di tutti noi, in cui il virus ha ormai attecchito, possiamo compiacerci, ma sarà sufficiente per riprendere un ciclo di sviluppo?

Per seguire le sane abitudini del Vate, mi permetto di riportare una buona interpretazione di Fernando Savater (altro filosofo): Il vero, l’unico fallimento dell’etica sta nel non poter sconfiggere la pigrizia paralizzante.

Se fosse veramente solo un problema di pigrizia e, non come qualcuno maligna, di volgari interessi?

Tra gli tecnici, a mio giudizio e per troppo tempo, ci si è trincerati dietro i soli aspetti tecnici, come se quello che avviene fuori da quel rettangolo non ci interessi o - ancora più dolorosamente – non sia nostro dovere e diritto.

Non possiamo credere che nelle poche stanze del potere “dubbi” non ne siano mai venuti. La domanda, se vogliamo approfondire è: chi ha tratto beneficio da questo modello di basket?

Proviamo ad elencare alcune componenti (probabili beneficiari): i giovani, i cittadini, i tifosi, i consumatori, gli sponsor, i club, gli atleti, altri professionisti, la cultura e pratica sportiva.

Certamente l’elenco potrà essere più completo, ma rimane comunque un ultimo interrogativo: qual è l’ordine di priorità che questi signori hanno rincorso nel progettare questo presente?

Un cordiale in bocca al lupo per la nuova iniziativa




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2 settembre 2008
basket
Bruno Arrigoni:
C’è l’accresciuta longevità sportiva dei giocatori. Mentre una volta si smetteva di giocare a 28 anni, spesso anche a causa di infortuni, oggi i “professionisti” dei campionati dilettantistici sono numerosissimi perché la società attuale non garantisce nulla più di un call center o di una mobilità perenne e dunque si preferisce giocare fino a 40 anni”.
“La scarsa scolarizzazione dei nostri giovani invita uno che ha intrapreso la strada del giocatore a percorrerla fino allo stremo perché sa perfettamente che la società, in futuro, potrà accoglierlo solo in posizioni marginali.

Fonte www.cantubasket.it - 01.09.2008.



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1 settembre 2008
basket
Recalcati, canestri proibiti: «Mangeremo fango per anni»
L'Italia rischia di non andare agli Europei, il movimento è allo sbando, il c.t. si sfoga: «Questo ambiente mi piace sempre di meno»

Che cosa non funziona?
«Non tanto la squadra, ma il sistema. Non abbiamo giocatori, li produciamo a fatica e con gravi buchi nel percorso dal minibasket al professionismo. Questo però lo dicevo già dopo aver battuto la Lituania nella semifinale olimpica 2004: non è cambiato nulla».
Ora è tardi per rimediare?
«È tardissimo. Dobbiamo avere il coraggio di dire, e non so se tutti l'avranno, che ci tocca mangiare fango per anni. Non c'è consapevolezza della realtà e il bello è che si stupiscono pure gli stranieri: ho dovuto spiegare che l'Italia che loro ricordano non c'è più».
Ci sarà mai ancora?
«Il male è l'ipocrisia: a parole tutti sostengono la nazionale, ma nei fatti non è così. Per un verso o per l'altro, qui mancano troppi giocatori. Capisco anche i club, certo: i calendari non aiutano. Ma intanto questo passa il convento».
E il movimento sbanda.
«È un mondo che mi piace sempre di meno: vive in funzione delle disgrazie altrui; se ci sono errori, scatta il gioco al massacro e il non fare nulla aiuta a far risaltare gli sbagli».

Flavio Vanetti - -
Corriere della Sera - 01/09/2008



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24 luglio 2008
Coraggio e precarietà

Perché' oggi è più difficile di un tempo parlare di coraggio?

Sembra quasi che la parola abbia assunto una connotazione vagamente fuori moda, residuo di tempi, e di ambienti, in cui sopravvivere richiedeva quotidianamente l'esercizio di virtù forti e di prestazioni al limite dell'eroico.

Avere coraggio, oggi, più che una virtù eversiva appare come un esercizio di stupidità.

Qualcosa che pregiudica gran parte delle chance.

Ma anche così, il rischio è che i superiori ricordino la tua propensione a divergere, più che quello che sei riuscito a fare. E, per una volta che è andata bene, possano immaginare quante altre volte potresti metterli in difficoltà col tuo modo di vedere il mondo e di concepire l'azione manageriale.

È qui che scatta, normalmente, la diffidenza, la presa di distanza e, infine, l'emarginazione.

Forse il coraggio ingloba oggi, eccessivamente, il carattere della sfida, proprio per l'appiattimento ideologico, il prevalere degli specialisti e l'affermarsi delle questioni di metodo rispetto a quelle di contenuto. E la sfida si presenta come una competizione tra avversari che tendono a diventare nemici, con almeno due conseguenze rilevanti.

La prima è che i nemici vanno eliminati.

La seconda è che perde ogni significato, in questa prospettiva, l'uso civile di animare il dibattito per mettere a confronto idee, progetti e soluzioni.

Eppure, se c'è un bisogno che emerge, più che mai, è quello di ritrovare spazi in cui la discussione possa ancora avere cittadinanza, come condizione per uscire dalla solitudine della precarietà, dall'anonimato "guardone", dalla deriva ineluttabile verso aspirazioni e interessi del tutto autoreferenziali.

Così, il coraggio ritrovato sarebbe anche lo sforzo di attingere una dimensione più sociale, di tornare ai fondamentali della vita civile. E di lottare, inoltre, per non essere consegnati definitivamente alla massa di portatori di acqua senza meriti o di saprofiti senza dignità.

Il diritto di riprendere la parola, in azienda come in politica, comporta, insieme all'esercizio del contraddittorio nobile e alto di chi vuol contribuire a che le cose accadano, il rischio di non essere capiti, o di essere capiti troppo, così da rappresentare un problema.

Perché orgoglio e dignità rappresentano valori progressivamente negativi quando chi comanda ha fini diversi da quelli dichiarati o i comportamenti che esprime mascherano a stento la voglia irresistibile di lavorare al proprio monumento perenne.

E, allora, perché farsi lapidare per il gusto di sventolare comunque la bandiera?

Accordarsi è così facile.

Avere coraggio non si improvvisa. Bisogna aver avuto i maestri giusti e la libertà di scegliere.

Oggi, anche da questo si può vedere la mancanza di veri maestri: dall'aria di rassegnazione che c'è in giro, dalla facilità con cui ci si compromette.

Dalla voglia inevitabile di piacere, per essere accettati. Un vero carnevale senza allegria.

Le Virtù deboli di P.L. Celli - Apogeo




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23 luglio 2008
basket
LEADERSHIP
Ci vuole una vita "ricca", combattuta e vissuta senza risparmio (con generosità) per creare le condizioni in cui possa nascere e crescere un leader.

Il quale avrà alcune caratteristiche che possiamo intravedere.

La prima delle quali (e qui il testo di Vitullo orienta perfettamente) è la capacità di dubitare, che poi vuol dire non avere verità preconfezionate, sentire che ci sono punti di vista diversi che vanno esplorati. Che non si possono avere più risposte che domande.

Non avere certezze definitive aiuta a maturare la convinzione che tutto debba essere conquistato e che degli altri c'è bisogno. E questo è il giusto tributo ad una umiltà di fondo, che non ci fa prendere mai troppo sul serio, e con una grande tenacia quotidiana.

Una dote essenziale del buon leader: la sua capacità di ascoltare. Il pensiero e la decisione sono frutti che nascono da una disponibilità originaria a sentire gli altri , confrontarsi e a discutere.

Oggi, il problema vero per la riproduzione delle classi dirigenti è dato dal fatto che quasi nessuno sente più il dovere civico di insegnare, di mettere i collaboratori nelle condizioni di imparare: di guidarli nel percorso di apprendimento attraverso inevitabili prove ed errori.

Non c’è il tempo, ma soprattutto una corte di fedeli semplifica la vita del capo riducendo i suoi obblighi e accontentandosi di eseguire.

Ben altrimenti ci si troverebbe a disagio con un gruppo di allievi esigenti, liberi di contribuire e autonomi nel pensare.

Senza scuola non c’è leadership. Spesso solo rendita di posizione. Magari anche meritata, ma certo non generativa. E quindi socialmente sterile.

Come emerge nelle argomentazione socratiche di Vitullo, il vero capo non è quello che ha una soluzione per ogni problema, ma quello che riesce a far convivere il suo gruppo anche con problemi che non trovano soluzione.

Per creare una storia ci vuole qualcuno che abbia qualcosa da dire e sappia come dirla.

Il leader in questione è quello che sa animare gli intrecci, dipana le trame, dissemina gli eventi come occasioni di incontro e di scambio significativi.

La capacità di decidere è proporzionale alla propria propensione al rischio. Un vero leader sa di dover rischiare, ma sa anche raccogliere il gruppo di competenze necessarie a minimizzare le ricadute del rischio.

Quanto poi alla solitudine, è una condizione che spesso viene sottolineata e ricercata proprio perché, non volendo condividere le responsabilità con altri, uno ammanta il potere con una distintività sociale che ne esalta la distanza e la superiorità. Nella presunzione che ci sia una sacralità del ruolo che rende autonomamente effettivo quanto in esso si esercita separatamente, legittimando così la funzione attraverso la distanza.

E questa è la parte più difficile: governare ambiguità e incertezze senza offrire falsi ancoraggi alla propria immagine di decisore solitario, senza tentennamenti.

E, infine, va ricordato che un vero leader è qualcuno che da sempre origine a una storia: un racconto significante per quelli che lavorano con lui e che sorregge tutti all'interno di una trama che prevede un ruolo per ognuno.

Una realtà, anche combattuta, è sempre meglio dello zucchero filato.

La credibilità, per la leadership, è tutto. Perché è alla base della fiducia e delle pratiche collaborative.

Ma come ogni conquista duratura, non è istantanea: richiede tempo.

Un buon leader è un generoso dispensatore del tempo. Quello che dice vale molto meno del tempo che dedica: ai problemi, ai rapporti; ma soprattutto alla sue persone.

Perché ci vuole tempo per trovare la strada dell'anima: dei singoli come delle organizzazioni.

È una strada quasi sempre tortuosa, infossata; a tratti persino invisibile. L'anima non si concede mai a prima vista. È esigente e complessa. Ha i suoi ritmi e i suoi riti.

Va stanata.

Pier Luigi Celli (da Leadership riflessive, di Andrea Vitullo – Apogeo)




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18 giugno 2008
basket
Rebecca ha tradito per i Giochi

La Hammon andrà a Pechino con la Russia: «Scelta inaccettabile»
Questa storia non porterà alle conseguenze inflitte al Talebano Johnny, l'americano catturato in Afghanistan e poi rinchiuso in un carcere di massima sicurezza, ma ha il potere di sollevare lo stesso tipo d'irritazione: una delle migliori giocatrici della Wnba, la lega femminile di basket professionistico, andrà all'Olimpiade con la maglia della Russia, canterà l'inno russo, e magari vincerà una medaglia.
Si chiama Rebecca Lynn Hammon, «Big Shot Becky» per le amiche, perché è sempre lei che si prende cura dei tiri chiave. È nata in South Dakota, luogo solo vagamente riconducibile alla steppa, ma non vanta nessun avo moscovita o siberiano. Niente di niente. A Becky, 31 anni, interessa giocare a basket. Punto e basta.
In America frantuma i record universitari e quando approda alla Wnba arriva seconda al concorso di miglior giocatrice. Gioca a San Antonio, ma quando la stagione è ferma non ha difficoltà a trovare un contratto all'estero. Spagna e, appunto, Russia. Ed è a Mosca che conquista il pubblico e soprattutto il coach della nazionale Igor Grudin. Alla fine del 2007 il Cska avvia le pratiche di cittadinanza, seguendo la stessa procedura usata, in campo maschile, con J.R. Holden, playmaker dello squadrone ora allenato da Ettore Messina ma ormai anche punto fermo della nazionale. Lo scorso gennaio, comunque, Becky entra in possesso del suo nuovo passaporto. E della sua nuova vita. Quando la federazione americana pubblica i 23 nomi delle possibili giocatrici per l'Olimpiade, il suo non c'è. Dunque via libera: la ragazza sposa la causa russa e andrà a Pechino.
Anne Donovan, l'allenatrice pluridecorata della nazionale Usa, non l'ha presa bene: «Se vivi e giochi in questo Paese, una scelta del genere è inaccettabile. In più denuncia una grave mancanza di patriottismo. Per me è una traditrice». Sul patriottismo l'America dell'era Bush ha costruito solide convinzioni, ma la Hammon non ci fa caso: «Non pretendo che la gente capisca la mia scelta, so solo io cosa provo nei confronti del mio Paese, di come mi fa sentire orgogliosa: ma questo è solo sport, non è una questione di vita o di morte. Vorrei solo ricordare che non ho mai dovuto scegliere tra Usa e Russia: negli Stati Uniti nessuno mi ha mai convocato. Io volevo solo l'Olimpiade».
La chiamata della Donovan, in realtà, è arrivata: ma solo dopo aver saputo dell'offerta russa. Piuttosto tardiva, insomma. A San Antonio, ma anche nel ritiro della nazionale, sono apparse
La difesa
alcune scritte: «Becky traditrice ». La rete sportiva che impiega la Hammon fuori stagione come commentatrice, ha fatto sapere che il rinnovo del contratto è incerto.
Di certo Becky non si dispera perché, questioni di bandiera a parte, coi russi corona un sogno (i Giochi), ma incassa una somma da mettersi il cuore in pace per bel po'. E lo spirito olimpico? Quello è stecchito da un pezzo. Sono proprio gli americani a saperlo per primi: dal 1992 ad oggi ben 50 atleti sono diventati americani dopo aver gareggiato per il loro Paese di origine. Il keniano Lagat vincitore di due medaglie a Sydney e Atene, ha vinto l'oro nei 1.500 e 5.000 ai Mondiali di Edmonton sventolando la bandiera a stelle e strisce. E così farà a Pechino. Come diceva quel tizio, chi è senza peccato...

Riccardo Romani-
Corriere della Sera - 18/06/2008




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3 giugno 2008
basket
SCUOLA DI DISOBBEDIENTI
Quella che servirebbe talvolta, è una scuola di disobbedienti. Qualcuno che insegni che anche l’insolenza, il non rispetto preventivo delle buone maniere, aiuta a ristabilire le gerarchie veritiere e a sottolineare le differenze reali.

All’insegnamento di una virtù dell’impertinenza che sappia uscire dai ranghi, per far risaltare lo scarto tra l’essere e apparire. E così facendo mettere in discussione quello che socialmente, oggi, non si usa discutere: le autorità senza merito o prive di autorevolezza; le carriere medianiche; i poteri impropri delle servitù politiche.

Ma a cantare fuori dal coro si rischia, ma ci vorrebbe anche, qualcuno che avesse il coraggio di dare l’esempio.

Pier Luigi Celli, Le virtù deboli – Apogeo




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22 aprile 2008
basket
Giancarlo Asteo
 Giancarlo Asteo ha vinto lo scudetto degli Juniores con la mitica squadra di Basket Roma, con Enrico Gilardi in squadra, che ha stravinto il titolo Juniores nel 1975. No, non voglio cominciare a citare quelli che, recentemente, hanno vinto un titolo giovanile. Anzi, sarei più disposto a 'fare la guerra' a quasi tutti e per un semplicissimo motivo: Lavorano nella maniera totalmente opposta a quello del grande Giancarlo Asteo.

Giancarlo Asteo era un insegnante. Zero della cosa che odio nel basket giovanile (e non solo): la preparazione-partita. Poi, niente schemoni. Anzi, se aveva uno schema, qualcuno mi invii un'e-mail per identificarlo con un nome. Infatti, il Basket Roma ha stupito tutti per la bellezza del suo gioco, una sinfonia. Neanche l'orchestra de La Scala, con Riccardo Muti a dirigere, faceva una 'musica' più bella. Chiedete a qualsiasi allenatore che ha visto quella squadra giocare. Hanno, da lì in poi, visto una squadra giocare un basket più bello? Forse qualcuno dirà di sì. Parlo per me e dico 'no.'

Giancarlo Asteo ha creato giocatori. Uno per tutti: Enrico Gilardi, già soggetto di un articolo in questo Blog, tempo fa. Andiamo a chiedere a Enrico Gilardi. Chiediamo a lui: "Gilardi, hai mai giocato per un coach più bravo di Giancarlo Asteo? Hai giocato per Bianchini a Roma, Gamba in nazionale e altri. Hai avuto uno più bravo di Asteo?" Non vado neanche a rompere le scatole a Gilardi per la risposta. La so già. Chiediamo a quel mago di Maurizio Gherardini, che ha avuto Asteo come coach a Forlì: "Maurizio, hai mai avuto uno più bravo di Asteo?" Uguale, forse sì. Più bravo, avrei qualche dubbio.

Giancarlo Asteo era, per me, Maestro di Basket. Magari, avere dei Giancarlo Asteo ad insegnare i fondamentali nei nostri vivai oggi. Avere lui formare giocatori. Ma non c'è più Asteo, da un po', portatoci via per un male incurabile. Ma io sono certo che Gilardi, Bianchini, e Gherardini sono del mio stesso parere: Che Giancarlo Asteo, per la qualità del suo lavoro, merita di essere elencato con questi Giganti del Basket. So che ho sempre ammirato il suo lavoro. Poi, un personaggio con una simpatia forti. Il suo incitamento, in Romanesco, "Zu, Nevio! Zu!" ha fatto storia. Come lui.

Dan Peterson



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8 febbraio 2008
basket
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... «SONO OTTIMISTA — dice Michele Uva, general manager della Virtus Roma e membro della commissione impianti — peggio di così non possiamo fare. Il basket è un’isola felice, ma a livello generale, nello sport, mancano i progetti. Non ci sono impianti, non ci sono idee. C’è la totale assenza di politiche giovanili».

Dalla Tavola rotonda (Cappella Farnese di palazzo d’Accursio, Bologna)
Alessandro Gallo -
Il Resto del Carlino - 08/02/2008




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29 gennaio 2008
L'ORACOLO DISSE:

Chiosa di Wàng
Tempo di luna crescente, nessun errore; vantaggioso essere fermi, utile avere qualcosa da fare.
Quando si dominano gli eventi cogliendoli nella loro totalità (Scien), si deve continuare ad agire seguendo i programmi fissati senza timore di sbagliare perché la conoscenza della situazione (o delle persone) dà le certezze necessarie. Bisogna essere saldi e costanti come i fenomeni del cielo perché come i fenomeni del cielo le nostre azioni sono parte dell'equilibrio sia del piccolo Universo umano, sia del vasto Universo che comprende Terra e Cielo. Tempo felice quello di Heng, tempo della luna che cresce, dei germogli che balzano verso l'alto seguendone il ritmo, della luminosità che si allarga, tempo di vita intensa e fattiva come avviene nella natura dal novilunio al plenilunio. Sono giorni da vivere nella loro pienezza, perseverando nei programmi che si stanno attuando e mantenendo ferme le proprie convinzioni.

Tuén - Ritirarsi
Struttura e composizione spiegano il senso profondo del pensoso esagramma, tanto importante nello svolgersi di ogni vita, di ogni rapporto e di ogni situazione umana. Vi sono ostacoli (Chén) che impediscono la libera creatività per cui, avvertendo anche solo a livello di sensazione (meglio, però, se di ragionamento) questo stato di cose, pur non sapendone definire le cause, né prevedere gli effetti, è saggio mantenersi sulle proprie posizioni attendendo che la situazione si chiarisca. La penetrante sapienza dei tempi è, a suo modo, creativa perché permette l'indagine approfondita delle cause e delle finalità. Tuén propone, insomma, il metodo per superare le difficoltà senza urti e senza drammi invitando a conoscere la realtà e, quindi, a saperla dominare.

Frangia di Confucio alla chiosa di Wen
Libertà morale del vivere in solitudine, ci si ritira e si gode della libertà. La fermezza occupa la posizione adatta e vi si accorda, agisce seguendo i tempi. Un piccolo vantaggio per la perfezione: si cresce a poco a poco e si diventa grandi. A margine della chiosa il Maestro annota poi: Un monte sotto il cielo: tempo di ritirarsi. L'uomo superiore si impegna nell'allontanare gli uomini da poco, senza durezza, ma con severità.

Chiosa di Wàng Wen al cua
Tempo di vivere in solitudine: si è liberi . Qualche vantaggio nell'essere retti.
Ci si deve occupare solo di problemi marginali, si devono vivere i giorni senza fretta, ma come se fossero gli unici concessi, quelli definitivi, quelli veramente importanti nello svolgersi delle vicende, come se fossero, anche se non lo sono, molto intensi di azioni. Non è facile, forse, ma non è nemmeno facile capire l'effettivo valore di questo tempo di sospensione, dimensionarlo esattamente, renderlo valido mediandone i suggerimenti. Lo si ritroverà più tardi, quando i fatti non lasceranno più il tempo di fermarsi e di pensare; molti problemi saranno più facili da risolvere perché si avrà finalmente acquistata la sapienza delle cose in queste ore, forse pesanti, di silenzio e di solitudine.

I:CHING – Il libro dei mutamenti (quattro esagrammi).




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24 gennaio 2008
basket
LEADER: COME GESTIRE IL POTERE E LA PAURA, IL CORAGGIO E IL RISPETTO

C'era una volta un capo vivace, con idee avventurose, con entusiasmo e profonda convinzione. Al suo credo aveva convertito tutti i collaboratori, o almeno tutti quelli che avevano accettato di rinunciare a esprimere dissenso o a intavolare un dialogo critico. Tutto questo, ovviamente, aveva un costo. Non erano consentite distrazioni e divisioni: dunque pochissimo tempo per il resto della vita, nessun luogo mentale dedicato ad altro. Nessuna luce delle idee tuttavia resiste a lungo quando arriva a offuscare gli altri e quel che resta oltre il lavoro è troppo poco per alimentare le energie. Via via i collaboratori si stancarono di quel capo. L'obiettivo, ogni volta lanciato più lontano, sparì dalla loro vista. E il capo si ritrovò, splendidamente, da solo.

C'era una volta un altro capo: era più freddo e distante. Preferiva affondare nella sua poltrona, difendersi con la trincea della sua scrivania, proteggersi con barricate di documenti e schermi di computer. Aveva riti precisi e, a suo dire, sane abitudini che prevedevano compiti distinti per ciascun collaboratore, ruoli definiti, incarichi "su misura". D'altro canto solo uno dei collaboratori, il prescelto "delfino", era messo, di quando in quando, al corrente delle strategie e delle decisioni, che immancabilmente non riusciva peraltro a comprendere. Il linguaggio del capo era oscuro, il suo discorrere interminabile. Parlava e parlava senza preoccuparsi di essere capito. Alla fine anche questo capo restò solo: certo con il suo "delfino", ma era persino peggio che stare completamente da solo.

C'era una volta un terzo capo, dinamico, iperattivo ma duro e intransigente. Con le sue decisioni l'azienda aveva risolto molti momenti di crisi: riunioni, scontri epici con il presidente, pagine e pagine sulla stampa economica. La sua solitudine c'era già prima che gli altri, i suoi collaboratori, se ne andassero via. La sua sofferenza, il suo dramma, era il fastidio, celato con fatica, di essere il migliore, di sapere tutto prima degli altri, di aver già capito come sarebbero andate le cose. Quando pensò di non avere altre possibilità di prolungare la carriera e decise di fare il conferenziere, nel suo discorso d'addio si accorse, a un certo punto, che avrebbe potuto nominare pagine di successi ma nessun successore.

C'era una volta, infine, un ultimo capo: attento, non perdeva di vista l'obiettivo pur rispettando i collaboratori, le loro responsabilità extra lavorative, le loro necessità di sapere, di crescere, di imparare. Ma questo ai suoi colleghi piaceva poco. Era considerato una specie di alieno nel panorama aziendale: la sua porta era sempre aperta, quando si rendeva disponibile per un colloquio non era mai interrotto né dalla segretaria, né dal cellulare. Ogni tanto, poi, lo sorprendevano a sorridere. Cominciarono a sospettare del suo "stile di leadership". E quando qualcuno chiese di andare a lavorare con lui pensarono che era arrivato il momento di consigliare, a quel capo, di cambiare azienda.

QUATTRO STORIE ORGANIZZATIVE COME QUESTE, RACCONTATE MOLTO IN BREVE, NON FANNO NESSUNA VERITA. ANCHE SE CI DICONO, QUANTO BASTA: E CIOE HE CI SONO MOLTI MODI PER ESSERE UN PESSIMO CAPO E POCHI PER ESSERE UN CAPO ESEMPLARE.

O meglio: che ci sono troppi che continuano a scegliere i modi del cattivo capo e pochi che preferiscono praticare i modi del buon capo. Una ricerca recente, ma non stupefacente, conferma bene questa piccola verità: i capi, dice la ricerca, sono la fonte di maggior disagio nelle organizzazioni, di maggiore stress. Certo la globalizzazione è pervasiva, la competizione infiammata, l'incertezza permanente, ma tutto questo, alla fin fine, vale molto meno di una buona relazione con il proprio capo. Del resto sono molti anni che le ricerche ci dicono che fa più male avere un bel lavoro con un cattivo capo che avere un brutto lavoro con un buon capo. Dunque è il capo che fa la differenza. Se vogliamo che questa differenza sia in positivo e non in negativo dobbiamo tuttavia intenderci, perché il gran parlare che si fa di leadership, da qualche anno (ma sarebbero già troppi, visti i risultati), non ha poi cambiato granché la situazione. La ragione è semplice: ci sono ancora molti che continuano a confonderla con il comando e così la differenza continuano a farla in negativo. Ma non è l'arte del comando perché con il comando, nelle organizzazioni, oggi non si ottiene un granché, supposto che si riesca poi effettivamente a comandare. Certo si ottengono dei risultati: ma sono di breve periodo. La vera leadership non è interessata ai risultati di breve periodo, è tesa piuttosto a costruire qualche cosa di duraturo, fosse anche un buon ricordo, una nostalgia, una bella memoria.

LA VERA AUTOREVOLEZZA DUNQUE INSEGUE SEMPRE LA POSSIBILITA CHE IL MONDO CHE LASCIA SIA MIGLIORE DI QUELLO CHE HA TROVATO:

perché in quel mondo, quando il capo se ne sarà andato, dopo una pur brillante carriera, qualcuno dovrà restare a continuare; perché quel mondo, qualcuno lo dovrà ereditare. Ed è questo mondo che lascia agli altri che la leadership deve costruire, al di là dei successi. Per questo il compito è duro e faticoso e non si presta ad alcuna soddisfazione narcisistica, come direbbero gli psicologi. È un lavoro di attenzione, di riflessione e consapevolezza, indirizzate prima di tutto alle persone e non alle cose, alle relazioni prima che ai risultati. Questo lavoro con le persone (e non "sulle persone", come a qualcuno piacerebbe di più, o "contro le persone", come qualcun altro finisce per trovarsi a fare) richiede molte doti, poche delle quali hanno a che fare con quelle competenze di attivismo e decisionismo che piacciono molto ai modelli più in voga. Dobbiamo cercarle altrove. Potremmo trovarle, anzitutto, in quelle dell'esempio e dell'equilibrio. Sono queste quelle che ci paiono più importanti per meglio esprimere ciò che la leadership, in positivo, può e deve ottenere. Di che cosa si tratta, in effetti? Se stiamo alla parola (inglese, ovviamente) il verbo "to lead" non vuoi dir altro che "andare". È in questo che troviamo l'esempio. Vederci in questo "andare" il "comandare" è un'interpretazione etimologicamente maliziosa. Semmai questo andare è soprattutto un "andare per primo": ecco quello che distingue la leadership di qualcuno che apre la strada, che traccia la direzione, affrontando - per primo l'incertezza, il rischio, l'ignoto. E siccome questi fattori portano con sé paure e probabilità di insuccesso, oltre che speranze e possibilità di riuscita, questo andare per primo è sinonimo di coraggio, intraprendenza, coerenza. Di volontà di essere un esempio, senza paura di perdere potere ma con una forte tensione a "generare leadership", cioè a dare potere ai propri collaboratori. Tenere il potere tutto per sé, pensando così di difenderlo, è sempre un lavoro "contro le persone": nasconde l'idea che gli altri non siano all'altezza, che non se lo meritino, ma anche, al tempo stesso, il dubbio e il sospetto che siano proprio i leader a non meritarselo.

Il grande guru di management, Peter Drucker, ci ha proposto molti anni fa la formula della leadership, riassumendola così: leader è qualcuno che ha seguaci. Così, se pensate di esserlo, fate i conti e vedete un po' se c'è qualcuno che vi segue. Se non c'è nessuno, vuoi dire che ve la state cantando e suonando da soli, vizio diffuso tra molti di coloro che, invece di occuparsi dei propri seguaci, si preoccupano di mantenere la posizione. Mantenere la posizione, per qualcuno che dovrebbe andare per primo non è un buon esempio. Non è sinonimo di coraggio, né di coerenza, né di concretezza e contatto con la realtà, né di accettazione del rischio e dell'errore. I finti leader rifuggono l'errore e vogliono avere sempre ragione: neanche questo è un bell'esempio. Pensano di essere lì per correggere gli errori degli altri, per prendersela con qualcuno, per giocare alla caccia al colpevole. Tutto questo non aiuta gli altri a crescere, non aiuta a fare strada. La finta leadership non aiuta quella degli altri, la vera sì. L'equilibrio è un'altra faccenda.

Quella equilibrata (e non è quella equilibristica, in cui finiscono tutti quelli che si preoccupano solamente di mantenere la posizione), è l'arte difficile e impegnativa di tenere in positiva tensione le polarità della nostra esistenza, cioè dell'esistenza che condividono sia i capi che i collaboratori, senza forzature, senza scelte aprioristiche, senza sbandamenti agli estremi. È l'arte di saper conciliare, ad esempio, il passato con il futuro: la leadership equilibrata non è interessata a denigrare ciò che è stato (o chi è stato) ma piuttosto a salvaguardare il buono che c'è stato e che ha pur sempre costruito quello che oggi è il suo momento. Ugualmente non è per nulla interessata al "troppo futuro", al futuro grandioso, al sogno luminoso: la strada verso il futuro la si farà con i passi di tutti i giorni e il futuro sarà tanto migliore quante più persone ci arriveranno, ciascuna con il proprio passo.

Per questo la leadership equilibrata è quella della giusta distanza nella relazione con i collaboratori, evita il controllo ossessivo sulle loro prestazioni così come la delega totale, l’intrusività come il disinteresse, la manipolazione come la superficialità, il buonismo come il machismo. La leadership equilibrata sa tener conto delle ragioni così come delle emozioni, sa trovare il giusto punto di tensione (e dunque di equilibrio) tra i fatti e le interpretazioni, tra le verità dell'uno e dell'altro, tra l'appello alla razionalità più o meno illuministica e l'intonazione più o meno sentimentale al bene dell'azienda (o del Paese), tra la scienza delle statistiche e la mitologia del sacrificio.

Ecco allora una qualche indicazione per far sì che la leadership sia "come si deve", nel pieno rispetto delle persone, nella capace conciliazione tra capi e collaboratori: un po' di esempio e un po' di equilibrio. Non è una ricetta, né un vademecum: è l'unico modo per non ingannarsi, tra capi e collaboratori, reciprocamente, e per condividere, nei fatti, quelle possibilità di migliorare che il potere porta sempre con sé. Cinquant'anni fa Jung aveva scritto "a perdere potere si guadagna in serenità". I veri leader non temono di perdere il loro potere, anzi lavorano perché questo succeda. Se trovate qualcuno che fa così avete trovato un esempio, equilibrato, di vera leadership. E anche se qui potrà sembrare che abbiamo parlato soltanto di uomini, sappiate che ci resta pur sempre il dubbio che siano le donne a essere portate di più a esprimere la vera leadership (ma anche a rischiare di più la tentazione di quella cattiva leadership che gli uomini sanno dimostrare e dimostrano molto spesso in modo impareggiabile).

• Gian Piero Quaglino è professore di Psicologia della formazione all'Università di Torino. Tra i suoi libri più recenti, pubblicati con l'editore Raffaello Cortina, A colazione da Jung (2006), Seguito ideale di A spasso con Jung (2005).




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6 dicembre 2007
basket
IL BIANCHINI PENSIERO

 Il basket è come l’amicizia, come il sentimento, come l’amore. Anzi, il basket è come il sesso: è sempre meglio farlo, piuttosto che ricordarsi com’era bello quando lo si faceva. E ogni volta è la stessa emozione, perché proprio come nel sesso la pallacanestro azzera il tempo e risveglia gli istinti primordiali.
Salire in pullman per andare in trasferta, il discorso prepartita, l’odore dell’olio per i massaggi, il riscaldamento, i tifosi: riti, gesti, emozioni che non invecchiano.

Francesco Caielli - 6/12/07 - lA PROVINCIA DI VARESE




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4 dicembre 2007
LE ASPETTATIVE DELUSE DI DUE FEDERAZIONI
ETICA - Dov’è finita l’etica nel mondo del denaro

Quando il denaro diventa la forma unica dell'economico, e l'economico diventa la forma del mondo, si sviluppa una qualità di pensiero, un tipo di razionalità, quella che Heidegger chia­ma «pensiero calcolante» che sa fare solo conti, che sa solo calcolare, che sa fare solo operazioni con numeri, che guarda vantaggi e svantaggi, profitti e perdite, che si configura esclusivamente nell'u­tile.

Quì è l'essenza del «pensiero unico» dove i criteri di valu­tazione sono «produttività», «efficienza», «calcolo», accanto ai quali non ci sono pensieri alter­nativi o, se ci sono, sono pensieri marginali.

Allora qui la prima domanda che si pone è questa: siamo consape­voli che la diffusione anzi l'ege­monia dell'economico, indicato esclusivamente dal denaro, possa costituire l'unica forma di pen­siero a cui educare tutta l'uma­nità? E ancora: non è proprio qui il luogo decisivo del fallimento etico? Se tutti pensiamo in termini economici, che spazio c'è per un pensiero altro che non sia quello economico? E l'etica è un pensiero altro.

Mi chiedo: Colui che opera in un apparato «agisce» o «esegue»? E qui non penso solo all'impiegato, ma an­che all'imprenditore che è a sua volta privato della possibilità di «agire» perché deve «eseguire» cioè «seguire» azioni descritte e prescritte dal mercato. A questo punto se «agire» vuol dire com­piere delle azioni in vista di uno scopo, e «fare» vuol dire invece eseguire azioni già descritte e pre­scritte dall'apparato, che nella fattispecie è il mercato, allora co­me possiamo introdurre un'etica là dove nessuno più «agisce», per­ché tutti si limitano a «fare» e a «eseguire»?

Mi vengono in mente quelle ri­sposte che i generali nazisti dava­no quando venivano catturati e processati. Si chiedeva conto del­la loro condotta ed essi risponde­vano: «Ho eseguito ordini». Qui abbiamo un esempio di cosa vuol dire passare dall'»agire» al «fare». Perché colui che fa non è respon­sabile dei fini ultimi.

Ecco, se per noi ormai l’agire si riduce a “lavorare” dove il lavorare consiste nella pura esecuzione di azioni già descritte e prescritte, io sinceramente per l’etica non vedo alcuno spazio. Qui bisogna incominciare a pensare.

  • Umberto Galimberti, La Repubblica – 11 novembre 2003

(Rileggendo questo vecchio articolo ho pensato alle periodiche proposte di riforma della FIP. Perché?)

“… è stata annunciata oggi dal presidente Antonio Matarrese. Alla ripresa del campionato dopo la sosta natalizia, tutte le squadre dovranno salutarsi alla maniera del rugby, come hanno fatto ieri Fiorentina e Inter al termine della partita.”

L’esigenza di limitare l’ondata di sdegno, provocata dalle continue e diverse forme di degenerazione, direttamente o indirettamente riconducibili alle attività sportive, sta portando uomini e organizzazioni a proporre soluzioni affrettate e superficiali.

Nessuno vuole che si rompa il giocattolo (che tanto rende di denaro e visibilità), ed è evidente la volontà di omettere gli intessi che nello sport legano molte figure professionali.

Se la cultura e l’etica, non solo quella sportiva, sono un valore, ben diverse devono essere le proposte per una loro valorizzazione. Ma tra atleti, agenti, presidenti e leghe e federazioni, chi è senza macchia, tanto da poter chiedere conto agli altri di comportamenti intollerabili?

Affermava Beppe Viola : “Fare Sport è fair play tra uno scontro e l'altro”, come non essere d’accordo. In ogni sport, la squadra in crisi è un gruppo che non ha risolto problematiche interne, equilibri psicologici non ancora raggiunti e che si sommano a limiti individuali e tecnici. Il risultato è l’assenza di quella forma di sano agonismo che sul campo, ti fa sbucciare un ginocchio per recuperare una palla, ti fa accettare la fisicità dell’avversario senza indietreggiare, con la “bava in bocca”, “con gli occhi da tigre” e via dicendo come si usa nel colorito linguaggio dello sport.

Cosa vogliamo dal bravo atleta, quello che sa immergersi puntualmente ad ogni gara con il giusto approccio mentale, nella desiderata e travolgente “trans agonistica”?

Picchia duro, non arrenderti mai, sopporta tutto – e – al fischio finale – sorridi e stringi le mani!

Qui manca il rispetto da parte di tutti per l’uomo-giocatore. Mi spiego.

Coach di buon senso e di riconosciuto valore ci hanno trasmesso buone consuetudini per una giusta gestione dei giocatori (risorse umane): “non vado mai negli spogliatoi a fine gara” (naturalmente sia che si vinca e che si perda). Ed ancora, “quando eseguo un cambio non mi avvicino al giocatore e faccio in modo che passi qualche minuto, prima di incrociare gli occhi con lui …”. – tutto questo ha una sola spiegazione, un giovane non è una macchina, il coinvolgimento emotivo ha delle controindicazioni e in ogni caso ha bisogno di tempi per un ritorno alla normalità. Il tempo di bere, una doccia, qualche parola (o parolaccia), vestirsi nuovamente da giovane in libertà ed ecco che, quasi sempre, tutto è possibile anche birra e salcicce del famoso “terzo tempo” dei ragazzi del rugby.

Caro pallone, ti fai sempre riconoscere!

basket.ilcannocchiale.it




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27 novembre 2007
basket
Sanguettoli: «Alleno ragazzi, cresco uomini»
«Un giovane che apprende qualcosa dà più felicità di uno schema ben fatto»

ALLENATORE DI GIOVANI. O allevatore? «Chi allena in un settore giovanile deve contribuire all’aspetto formativo del ragazzo. Completando l’educazione della famiglia, non sostituendola. Capita che qualche ragazzo ringrazi per avergli insegnato ‘a stare al mondo’: nella mia attività, anche questa è una soddisfazione».
Dei suoi 51 anni portati alla grandissima, Marco Sanguettoli ne ha spesi due terzi esatti a tirar su giovani: come insegnante di educazione fisica e come tecnico di vivaio nel basket. Gli riesce bene, almeno a giudicare dai risultati: alla Virtus, dove continua a spendere il maggior tempo della sua carriera, ha visto decollare Belinelli, Vitali, Barlera, Brkic, Romboli e il povero Ravaglia, fino ai più recenti Bonfiglio e Malagoli.
«Vero, ma va ricordato che questi ragazzi crescono perché c’è uno staff: Belinelli, ad esempio, l’ho avuto per due anni e mezzo, ma prima l’ha avuto Max Milli (oggi vice a Jesi, ndr)».
Già, lo staff: quello con Giordano Consolini, che del vivaio bianconero è il grande capo, funziona ormai da anni come nei college americani, dove si segue un modello tecnico unico. E nei college ci starebbe bene uno come Sanguettoli, per tutti Murphy, perché da giocatore veniva paragonato a un vecchio play di Houston, raro esempio di sportivo «bipartisan» perché a Bologna (ma anche fuori) non c’è nessuno che ne parli male: lui, infatti, è ancora convinto che talento ed educazione vadano allenate assieme.

Sanguettoli, perché ha deciso di dedicarsi ai giovani?

«Grazie a mio padre, che faceva l’allenatore, ho respirato l’idea che si potesse insegnare anche lo sport. Il resto è venuto frequentando squadre guidate da tecnici come Zuccheri e Dovesi: lì ho capito quale fosse la mia strada».

Non l’ha più cambiata: il motivo?

«Perché vedere un ragazzo che dopo sei mesi ha imparato qualcosa mi regala una felicità interiore che uno schema ben fatto non mi dà».

Emozioni. E poi?

«Poi perché, per come sono fatto io, non sarei capace di tenere tutti quei rapporti che il mestiere di tecnico ad alto livello oggi richiede».

Visti da dentro, come sono cambiati i giovani negli ultimi vent’anni?

«Sono meno influenzabili: le favole non gliele racconti più. Accettano quel che dici quando capiscono che remi dalla loro parte, che stai facendo qualcosa per loro e non per metterti davanti».
E’ difficile? «Sì, perché i ragazzi cambiano, ma anch’io non sto fermo: quando ho iniziato ad allenare ero loro coetaneo, adesso ho 36 anni più di loro. Devo adeguarmi».

Un modo per restare giovani: come ci si riesce?

«Col buon senso. Essere un insegnante mi aiuta a conoscere le loro problematiche, a parlare anche dei temi che i giovani prediligono. Non sono rigido: se uno vuole andare in gita glielo concedo, meglio una buona esperienza socializzante che un allenamento in più».

Quale filosofia spinge il vivaio Virtus?

«Contribuire a formare ragazzi in grado: 1) di allenarsi con la prima squadra; 2) di poter muovere qualche passo in serie A; 3) di diventare da serie A. Se poi arriva qualche buon risultato di squadra, meglio: serve a convincere altri ragazzi e i loro genitori ad avvicinarsi alla nostra realtà».

Com’è, questa realtà?

«Sabatini crede nel vivaio, abbiamo ripreso a reclutare giovani fuori regione. Ne abbiamo cinque, in una foresteria, seguiti da un tecnico che vive con loro. Diversamente da altri club, iniziamo a pescare fuori Bologna gli under 17: prima è troppo presto».

Di scommesse ne ha vinte tante: le prossime?

«La lista è lunga. Stojkov e Canelo li avete visti. Da Ros ha mani molto buone. Attenti a Masciadri e

Pederzini. Poi gli under 17: Moraschini, Tommasini, Fontecchio e Baldi Rossi».

Ha un’idea su come aggiustare il basket italiano?

«Sì: tre giocatori non di scuola italiana, quattro al massimo. Il resto di nostra produzione: vedo comunitari che non valgono i nostri». Aiuterebbe i bilanci... «E anche il pubblico, che si affeziona ai campioni veri e agli italiani».

Dove arriverà Sanguettoli?

«Esattamente dov’è: vivo una realtà ideale, nella mia città della quale sono innamorato. E dalla quale non mi muoverò mai».

Domandone finale: fra un talento dalla testa matta e un giocatore meno bravo ma irreprensibile, cosa sceglie?

«Si prova a migliorare entrambe le lacune. Al talento che non sta alle regole devi spiegare che così fa del male soprattutto a se stesso: se capisce che questo problema si può risolvere, sei già un bel pezzo avanti».

ANGELO COSTA- Il Resto del Carlino - 27/11/2007




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19 novembre 2007
basket
QUALE RIFORMA ?

Le proposte di riforma presentate dalla lega nazionale meritano la migliore attenzione,
ma anche qualche chiarimento in più per poterne dare un giudizio finale.
Definire cosa è professionismo e cosa no, di per se è già buona cosa. L'unione delle due attuali
strutture prof può essere un elemento di razionalizzazione e comunque sono per una loro autodeterminazione.
L'unica cosa realmente costruttiva sarebbe l'affrontare il nocciolo duro della questione italiana: "tornare a dare motivazione economica alle società che svolgono alla base il reclutamento ed il primo avviamento dei giovani".

la riforma presentata (come altre volte) evidenzia questo obiettivo, ma si perde nella proposta.
Mi spiego.
Non esiste soluzione prodotta da FIP o Leghe che possa ottenere un reale cambio di tendenza, se non si accetta questa cruda realtà:
IL 90% DEL DENARO CIRCOLANTE NEL BASKET E' LEGATO AI CLUB PROFESSIONISTI, SE QUESTI NON ACCETTANO DI RIDISTRIBUIRE UNA BELLA FETTA DEI LORO BUDGET A FAVORE DEI CLUB CHE SOSTENGONO IL LAVORO NEL TERRITORIO, NON C'E' RIFORMA CHE TENGA.
OCCORRE ACCETTAZIONE LE REALI FUNZIONI DI PROMOZIONE AL BASKET CHE SVOLGONO LE TANTE ASSOCIAZIONI, ANCHE E SOPRATUTTO NELL'INTERESSE DEL GRANDE BASKET. - 10.000 EURO PER UN ATLETA PRELEVATO IN UN PICCOLO CLUB SONO UNA BARZELLETTA A CUI SOLO UNA FEDERAZIONE DEBOLE E SENZA RAPPRESENTANZA POTEVA ACCETTARE. 

La riforma dei campionati dilettanti, con l'obiettivo di definire lo scudetto italiano ... è cosa bella e buona, pur non cambiando nulla della struttura attuale dei campionati, ma occorre una azione di allargata visibilità e promozione senza la quale nulla cambierebbe.

Il campionato UNDER 23 è cosa bella e giusta, ma servono ulteriori spiegazioni. Come mi presento in campo l'anno successivo? cambio tutto il gruppo? e si passa a gestire 10 stranieri?

Cercherò di comprendere meglio le proposte presentate e poi ... ne riparliamo.

basket.ilcannocchiale           




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23 ottobre 2007
basket
Nuovo compromesso Nozze di convenienza per giocare in serie A
Nella settimana dei canestri è scoppiata la questione degli stranieri diventati italiani per matrimonio, anche se queste nozze hanno il sapore della convenienza (e in qualche caso sono state seguite, tempo dopo, dal divorzio).
L'inchiesta, della rivista Superbasket e appoggiata dall'Associazione giocatori, ha uno sfondo etico condivisibile. Ma cozza con un «dettaglio»: se c'è una legge statale che permette di separarsi già il giorno dopo l'unione, comprenderete che non si va lontano. La verità è che la Fip non fa altro che rifugiarsi nei compromessi e nei velleitarismi.
Ecco, con buona pace della stessa Associazione giocatori e del Coni, che cosa capiterà nel futuro con la questione dei cestisti formati nei nostri settori giovanili. Un club, dotato di un minimo di mezzi e di una strategia mirata, recluterà a prezzi vantaggiosi valanghe di ucraini, russi, georgiani, cinesi, africani; dopo quattro anni, li userà come italiani, anche se, avendo passaporto straniero, non andranno in nazionale. È una cosa intelligente? No. La vera formazione, per creare un ricambio azzurro, si fa semmai offrendo dei bonus a chi investe sui vivai e rivedendo la piramide dei tornei.
Ovvero, per esempio: in serie A giochino i migliori indigeni (tre, quattro, di più? Conta poco, l'importante è che siano «veri») mentre Legadue e B1 siano fucine di giocatori nostrani destinati a passare alla massima categoria mediante un meccanismo simile a quello americano delle scelte. Ma per arrivare a ciò occorrerebbe un progetto. E per varare il progetto servirebbe, ancora prima, una Federazione.
f.van. - -
Corriere della Sera - 23/10/07



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